Il potere di uno stile che esalta l’espressione di sé con capi di abbigliamento stravaganti e poco convenzionali, lontani dal concetto canonico di “bellezza”
Il 2025 si è aperto con l’ultima provocazione di Bianca Censori sul red carpet dei Grammys, un’apparizione che ha fatto molto discutere. L’immagine di lei, quasi nuda, a fianco di Kanye West, vestito, ha messo in luce ancora una volta come moda e abbigliamento siano da sempre un vero e proprio campo di battaglia per l’identità e l’autodeterminazione femminile. E la Gen Z sembra saperlo bene.
Cosa ci ricorda il “caso Bianca Censori“
Bianca Censori sfila (quasi) nuda sul red carpet dei Grammys, accompagnata da un Kanye West completamente vestito, intento a sussurrarle all’orecchio parole inudibili, fonte di innumerevoli speculazioni: “Le ha detto di spogliarsi?”, “È manipolata?”. Una performance al limite del grottesco, che ha riacceso preoccupazioni – sincere, ipocrite, alimentate dal gusto per il gossip – sul presunto controllo mentale e fisico esercitato dal rapper sulla compagna. Nulla, comunque, che intacchi più del solito la già pessima reputazione dell’ex marito di Kim Kardashian, che infatti il giorno seguente ha fieramente pubblicato sui propri canali social le tendenze Google del momento, ostentando come, a livello mondiale, il nome della moglie fosse l’argomento più cercato sul web.
Senza soffermarsi sul tema sempre controverso delle intenzioni dei VIP, in particolare di questa stravagante coppia, la vicenda mette in evidenza un fatto innegabile: la tendenza a giudicare e commentare il corpo di una donna (con ciò che lo avvolge o lo lascia scoperto) è ancora fortemente radicata nella nostra cultura.
Le scelte estetiche di Bianca Censori e Kanye West giocano proprio su questo confine, evidenziando come la bellezza e l’apparenza restino strumenti mediatici potenti e strettamente legati al concetto di controllo sul corpo femminile e alla lotta per l’autodeterminazione (un tema tutt’altro che nuovo nel dibattito femminista, e che Naomi Wolf ha esplorato con acume ne “Il mito della bellezza“).
I trend Gen Z e l’ugly fashion. “I do it for the girls and the gays that’s it“
Nel frattempo su TikTok spopola la tendenza “I do it for the girls and the gays that’s it” (Lo faccio per le donne e per i gay, questo è tutto): ragazze della Gen Z super accessoriate, in abiti oversize, make-up massimalisti, abiti strappati e che mimano le parole della canzone “Yummy” di Ayesha Erotica (cantautrice americana transgender del genere noto come iperpop, icona queer e dello stile Y2K), reclamando la ricerca di un’estetica che decentralizzi lo sguardo maschile.

Questa tendenza, vicina all’estetica dell’ugly-chic, è in voga da qualche decennio, e ha trovato per anni come spazio prediletto i contesti suburbani, i rave, gli ambienti anticonformisti. Ora, invece, si tratta di una volontà abbracciata anche, a livello più “pop” e mainstream, dalle nuove generazioni. Così si ammassano per le strade giovani con scarpe Tabi di Maison Margiela, gli stivali “yeti”, la tendenza al layering destrutturato, gli abbinamenti poco convenzionali, e come scordare le “iconiche” sopracciglia tinte di biondo?
Ma cos’hanno in comune queste tendenze e qual è il segnale positivo che mandano? Se da un lato i cultori di questo stile sentono invasi i loro spazi prediletti, dall’altro è forse una felice deriva il fatto che questi “trend” si tengano il più possibile lontani da quegli standard di bellezza che costringerebbero le ragazze ad una dimensione il più possibile ridotta all’essenziale, al minimale. Al corpo delle donne è infatti generalmente richiesta una singolare magrezza, ai vestiti che indossano una modestia che suggerisca le forme del fisico, senza mai rivelarle per davvero. Ma questo è ancora perdonabile, in fondo, se l’obiettivo finale resta rendersi desiderabili al sesso opposto. Invece, i guai cominciano nel momento in cui l’intento dell’abito devia verso la deriva impensabile dell’esprimere la propria identità, allontanandosi dai canoni di bellezza.
Le ragazze Gen Z (o comunque parte di loro) sembrano rifiutare gli standard che costringono le ragazze a ridursi ad una suggestione di sé stesse, con la propria realtà e umanità confinate in uno stretto ventaglio di regole imposte (vendute per “suggerimenti”, ma che determinano di fatto l’integrazione a livello sociale o, al contrario, l’isolamento delle giovani donne). Così, al diavolo il trucco deve esserci, ma non si deve vedere, e ben venga tutto ciò che è astruso, coloratissimo, superfluo, “brutto”.
Anche le star, negli ultimi anni, si sono fatte portavoce di questa nuova tendenza estetica, passando da ruoli convenzionali a diventare paladine dell’ugly chic. Parliamo ad esempio di Julia Fox e Doja Cat, che hanno saputo abilmente trasformare il proprio stile, generando non poche polemiche. Non a caso, anche Julia in intervista ha dichiarato a sua volta di vestirsi “for the girls and for the gays”.
L’ugly chic di Prada: l’arte della rivoluzione in passerella
Ma da dove proviene questa “estetica del brutto”, nota come ugly chic? Non si può non citare, in materia, il contributo di Miuccia Prada, la stilista cui è riconosciuto di aver posto le basi per le derive attuali di questo gusto. Nipote di Mario Prada, Miuccia ha trasformato, insieme al marito Patrizio Bertelli, la maison di moda in una delle case di moda più prestigiose al mondo. A lei si deve la sperimentazione in direzione ugly chic, in particolare a partire dalla collezione primavera estate 1996 (intitolata Banal Eccentricy – come riporta Vogue). Ma non solo! Questa volontà è stata portata avanti anche con le sue personali apparizioni pubbliche.

Secondo il New York Times Style, nel 2013, Miuccia Prada rifletteva così sul concetto di brutto: «Ugly is human. It touches the bad and the dirty side of people». Un’importante rivendicazione da una donna che aveva fatto il suo ingresso in un mondo della moda ancora tradizionalista e alla ricerca di un ideale di bellezza per certi versi rigido e stereotipato. «When I started, fashion was the worst place to be if you were a leftist feminist. It was horrid. I had a prejudice, yes, I always had a problem with it», aggiungeva, rivelando le sue difficoltà nel coniugare la sua visione personale con l’ambiente.
Sin dai suoi esordi, comunque, è chiaro come l’”ugly chic” non si limitasse ad essere un’estetica provocatoria, ma fosse nato come una vera e propria forma di resistenza culturale, un mezzo per infrangere le convenzioni e portare nella moda una riflessione profonda sull’identità, sulla politica e sul ruolo della donna.

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